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Un numero di Metrovie

La formula di Angriseinstein

Conversione della schifezza in mazzamma
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Non so quanti se ne siano accorti, ma da due mesi è in edicola Metrovie, un nuovo settimanale, nato come supplemento napoletano del venerdì de “il manifesto”. Foglio che molti attendevano con qualche plausibile speranza. Mancava infatti in Campania la voce giovanile delle inchieste e della critica di cui sa essere capace una sinistra intelligente e coraggiosa. Sennonché, quello che nel gergo giornalistico ha il nome di “panino”, è apparso subito in realtà indigesto, poiché certo non dà un valore aggiunto al quotidiano nazionale che ha saputo conservarsi dal 1971 ad oggi comunista e indipendente. Si parla d’un duemila copie vendute per i primi numeri, ma il conto sembra in forte calo per quelli successivi. E ciò dipende anche, io credo, dal rapporto con la lingua. In particolare quando si rivendica una propria identità napoletana.
I giornalisti, è noto, hanno il beneficio di un lasciapassare, di una immunità elettiva, di un alibi artefatto. In gran numero e assai spesso scambiano la libertà di stampa con la libertà dello sterminio d’una lingua e delle sue parole. Da quando un manipolo di eroi e di martiri lottò per il trionfo della prima, un esercito d’imbelli può godersi impunemente la seconda. Anche in disprezzo dei lettori che quella lingua la parlano, la scrivono, e con essa pensano e lottano ogni giorno. Il fatto è che i redattori hanno un uso impuramente strumentale del linguaggio. Si fa per dire. Però mai, in un articolo, risuona la parola stessa. Al giornalista sfugge che la cosa più avvincente nello studio d’una lingua è la storia delle sue parole.
Nel n. 8 del 14 maggio 2004, a pagina 4, c’è una rubrica a firma di Nicola Angrisano dal titolo che affascina un linguista: Alfabeti. Il pezzo inizia con un imperativo ipotetico di cui non si capisce il senso. «Se devo parlare della mazzamma devo parlare della schifezza al quadrato». In quattro parole su undici il “dover parlare” suona ben due volte. E perché dovrebbe? Chi o che cosa lo costringe a discettare di mazzamma? La sua coscienza morale, forse, perché sia la libertà del giornalista, quanto quella propria di chi milita a sinistra, ci consentono di escludere altri vincoli o comandi. Può darsi pure che il dovere gli provenga dal non saper parlare d’altro. Ma mi sembra un’ipotesi malevola e arrischiata. E io continuo a lèggere, curiosa di conoscere l’idea geometrica che il testo dà della mazzamma.
L’Angrisano si compiace di definizioni matematiche e regala ai suoi lettori la felice formula per ottenere la misura dell’area d’ogni schifezza. Se chiamiamo con S la schifezza e con M la mazzamma, che della prima è superfice, abbiamo che M = S2, ma c’è pure chi presume che altro non sia, la sua, se non la semplificazione della formula di Nicholas Angriseinstein sulla conversione della mazzamma cosmica in schifezza universale. A me sembra, invece, debba trattarsi di due fasi di ricerca espresse dal medesimo individuo. La cosa è suffragata dal teorema per cui, se la mazzamma è la misura dell’area della schifezza e di quest’ultima non ci viene fornito alcun volume, ne consegue che la schifezza è piatta. Mancherebbe, a suo parere, di quella terza dimensione che chiamiamo profondità e ritiene con ciò di aver fornito un contributo di notevole valore scientifico: la prova, addirittura, della verità di quanto nella storia gli uomini e le donne hanno da sempre intuito.
Vero è che in anni ormai lontani non sono mai andata bene in matematica, ma tutto questo lo ritengo una sciocchezza. E mi viene in mente che lo posso dimostrare ricordandomi di un libro che si legge sempre con profitto e con gran gusto. Questo universo totalmente piatto è come il mondo di Flatlandia immaginato nel 1882 da Edwin A. Abbott. Se in questa realtà bidimensionale gli abitanti avevano l’udito, il tatto e la vista, la mancanza del gusto e dell’olfatto non è certo distrazione che si possa attribuire al reverendo. Sapori e odori, infatti, son possibili soltanto ad esseri viventi di tre dimensioni. O anche più. Meraviglioso libro, questo di Abbott. Di quelli in grado di costruire mondi. E in sovrappiù c’insegna che ogni luogo è il suo linguaggio.
Orbene, perché una cosa o una persona sia schifosa occorre a volte che sia orribile alla vista, ma più spesso che sia ripugnante all’odorato e, poiché quest’ultimo ha bisogno della terza dimensione per sentire effluvi e lezzi, resta dimostrato che in nessun modo la mazzamma possa originarsi dalla quadratura della schifezza. Inoltre, che la schifezza manchi di profondità è soltanto uno stereotipo sociale. A tutti è noto che ci fa schifo la sporcizia o il putridume, nelle cose come nelle persone. E ce ne allontaniamo con ribrezzo. Ma non c’è voluto Freud per sapere che ciò che ripugna ci è fin troppo familiare. Nelle ambigue sensazioni dell’olfatto sopravvive in tutti noi l’antica nostalgia del vivere per terra, nella polvere e nel fango. Nel vedere siamo liberi di smettere, restando chi si è; nell’odorare, invece, ci smarriamo, fino a perderci nell’altro. Ecco perché si giudica schifoso chi trascina su di sé la falsa accusa dell’impronta degli ignobili animali, delle razze degradate o delle classi subalterne. Proprio dell’ideologia borghese, dove tutto si riduce a calcolo, è il cedere al dominio dell’equivalenza, il rendere comparabili elementi eterogenei riducendoli a grandezza astratta. Tutto ciò che non si risolve in numeri, e meglio ancora all’uno, diventa per la borghesia mera apparenza. E proprio contro questo l’Angrisano, se non altro per il settimanale su cui scrive, si prefigge di combattere idealmente, e cioè in uno scontro culturale in cui dimostra di soccombere all’istante. Egli ci parla di mazzamma come di «accoppatura della munnezza» e una lettrice è indotta a credere che della nobile parola abbia trovato finalmente il meglio, il fior da fiore, elevandola a una categoria dello spirito, tant’è che, poco dopo, di essa egli dice che «si esprime [...] con un fieto che ti arriva fino a dentro all’anima», e ciò perché si tratterebbe di «una schifezza senza speranza». Insomma, quella che appariva a tutta prima come quintessenza della nostra lacrimata valle, consentendo di sperare nella redenzione dei dannati della terra, d’improvviso torna nuovamente negli abissi della storia.
L’autore dava prova di librarsi in alto, ma non regge all’arduo volo. La mazzamma, afferma ancora l’Angrisano, «ce la portiamo appresso come l’angelo custode» e noi capiamo di trovarci innanzi alla bell’anima di un cattopseudocomunista che se la prende con gli esordi cartacei della campagna elettorale. Ce l’ha con tutti i partiti e ce n’è per tutti i candidati. La sua è una battaglia iconoclastica a salvezza delle linde mura di Scampia e Secondigliano. La sua coscienza ha individuato l’avversario, perché questo è il senso originario del termine satàn, e non molla più la presa. Il combattente è stanco. Il duello è aspro e la tenzone spossa. Te ne accorgi perché anche il linguaggio ne risente. La forma estenua e la logica infiacchisce. Poco prima che il pezzo esali l’ultimo respiro noi leggiamo: «Pure quelli che avevi detto basta non lo voglio vedere più perché gli altri sono una schifezza ma questo è proprio mazzamma». Così. Tutto d’un fiato. Per timore che gli manchino ad un tratto le parole estreme. Come analisi politologica la breve nota è più d’un incidente. Siamo all’insipienza. Secondo l’Angrisano avremmo in lizza dei “partiti schifezza” e dei “partiti mazzamma”. Come a dire, per ripetere l’antico adagio bipolare: songo ddoie maruzze, una fete e n’ata puzza. Altro che il consiglio per l’igiene pubblica fornito da Indro Montanelli, quando in tempi andati invitava al voto «turandosi il naso». Qui siamo ai giudizi di merito. Ci viene data una precisa identità politica che rende in tutto equivalente il centrosinistra alla schifezza e il centrodestra alla mazzamma. Apprezzo molto il giudizio indipendente, soprattutto quelle rare volte che proviene dai giornali, ma qui non è in gioco solo la dignità della politica, su cui dovrebbero ben altri discettare. Entra in campo tutta l’ignoranza del napoletano che dimostra l’Angrisano, insieme all’uso strumentale che ne fa, bisogna dirlo, con notevole e cursoria insofferenza.
Non indugerò sulla schifezza. Sia perché parola che in Italia giunse un po’ dovunque dal francese antico eschif e dal francone skiuhjan con il senso di schivare, eludere, sfuggire, prendere distanza, e dunque non tipica di Napoli, sia perché ritengo che in democrazia è sbagliato eludere il nemico, anche se muovono al disgusto le sue scelte, invece di lottare a viso aperto. La ripugnanza può essere olfattiva, e allora ci si premunisca dei deodoranti più indicati, oppure sarà d’ordine morale, e in questo caso va manifestata e combattuta. Rifuggirne, come s’usa nei salotti buoni del non olet generalizzato, è cosa deleteria, sia per sé stessi che per il trionfo degli odori, dei profumi e dell’igiene. Tuttavia bisogna stare attenti a non tornare a credere nel puzzo delle anime corrotte per gli eccessi, le passioni o le miserie umane e materiali. Tutto questo ci trascinerebbe indietro, verso le credenze negli untori, nei miasmi del peccato e nelle degradazioni delle classi e delle “razze” oppresse. Mazzamma, invece, è una parola proletaria. E dovrebbe, quindi, essere cara ai redattori d’un giornale che si vuole comunista. Certamente è cara ai napoletani, e dunque occorre andarne alla difesa, se di essa viene fatto sconcio. «Se devo parlare della mazzamma»... No. Nessuno lo ha costretto. L’Angrisano. E non capisco il suo parlarne da ignorante. Se soltanto aprisse un dizionario della nostra lingua imparerebbe, per citare le “parole ’e Napule” del nostro sito, che «il termine si adopera col senso letterale di pescame di ridotte dimensioni, di scarsissimo valore gastronomico e di poco prezzo, poi significando per traslato una congerie di diverse cose o di persone e, in forma enfatica e sprezzante, accumulo di scarti della società o di produzione». All’Angrisano sfugge che ad apporre l’etichetta dello scarto è quella stessa borghesia che giudicò così quella plebaglia che divenne poi proletariato. Non a caso contro di essa fulminava l’écrasez l’infâme con cui Voltaire illuminò i borghesi perché annientassero non solo in Francia le superstiziose intolleranze della Chiesa e della populace, quello stesso popolo vascio che dovrebbe, invece, stare a cuore ad ogni comunista.
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